Alla ricerca di una vita normale

Avrei potuto scrivere queste cose anche in passato, ma le scrivo adesso perché sembra che nessuno si possa ormai sentire immune dal pantano iracheno, e perché appare ormai assodato che una certa politica non sia più lo strumento efficace per affrontare il tarlo terroristico.
Tutto questo perché le nostre due connazionali rapite a Baghdad non mi sembrano granché diverse dagli altri poveri nostri connazionali, e da altri poveri rapiti in Iraq. Erano – sono – persone che cercano di aiutare quella povera gente a ritrovare un modo per ritagliarsi uno spazio di libertà nel caos dopo-Saddam.
E’, in fondo, il mestiere che facciamo tutti, ovunque, quello di cercare una normalità di vita, la nostra piccola libertà. Anche nelle democrazie occidentali la cerchiamo, no?, nella quotidianità stretta da tante piccole, invisibili, oppressioni. E anche in Iraq, nell’Iran degli Ayatollah o in Israele. E c’è chi – novello Buon Samaritano – si accolla questo compito per chi non ce la fa.
Sia chiaro, con pieno diritto per tutti: per Agliana, Stefio, Cupertino, Quattrocchi, Baldoni, e le due Simone. Lo facevano tutti, forse con motivazioni di base diverse e metodi e presenze diverse, ma facevano questo. E hanno pagato – stanno pagando – per un terrorismo bandito e senza scrupoli, che non ha a cuore la gente dell’Iraq, forse non ha cuore per nulla, nemmeno del potere, è solo un nichilismo folle.
Potrei dire anche che cercano di farlo anche i militari italiani, e hanno pagato con i morti di Nassiriya e con la morte di Matteo Vanzan.
Ma qui sta il problema, che è tutto politico: sono stati inviati là non per riportare alla normalità, ma in appoggio cieco e acritico nei confronti della logica militaresca degli Stati Uniti. Lo scrivono molti osservatori: l’esercito Usa (sia ben chiaro, dietro direttive politiche, non certo per il gusto di farlo) difende se stesso cannoneggiando, risolve così la “pratica”, e via. E di sicuro ci sarà la percezione che i “nostri” rispondano a questa logica: anche la Croce Rossa, anche i volontari delle Ong.
Tutti esposti al fuoco dei pazzi. E tutto perché non c’è, o non c’è più, il gioco di sponda politico anche con la società irachena, e i governanti giocano pericolosamente con le analogie terroristi-Islam. Con ciò non ricevendo quella solidarietà piena che, per esempio, sta aiutando la Francia a risolvere il problema dei propri ostaggi. Anche la richiesta di un riscatto ha messo a nudo la vera natura di queste bande criminali; altro che “bandire la legge sul velo”, come sembrava in un primo momento: questi vogliono soldi, e basta.
E comunque, Raffarin ha mandato in Iraq il ministro degli Esteri, non uno Scelli qualunque; ha ottenuto comunque appelli da esponenti islamici internazionali, perché sapeva di poterli ottenere. E ha tolto la terra di sotto ai piedi dei criminali, ha tolto giustificazioni, ha iniziato a mostrare la loro vera faccia.
Non altrettanto si può dire del Governo che ci rappresenta.
Resta solo il dolore per qualcosa che si poteva forse fare, ma che non è stato fatto.