La nota politica

Mi sento tanto Francesco Merlo…
Il linciaggio è già cominciato: Massimo Cacciari è un democristiano, ha vinto il centrodestra, Venezia è una vittoria di Pirro… Sembra di sentire argomenti solitamente in bocca alla retorica del centrodestra, dei Bondi e degli Schifani, e invece esce dai polmoni di Bertinotti e dello sconfitto Casson. Il che si potrebbe anche comprendere con l’amarezza della sconfitta, ma che in realtà nasconde una serie di verità che non può non allarmare lo schieramento di centrosinistra. E la vicenda delle divisioni alle comunali lagunari – da sempre interessante “laboratorio” politico – le ha fatte scaturire.


Il primo elemento consiste proprio nell’insofferenza della sconfitta da parte della sinistra radicale, che a Venezia era quasi riuscita a compiere quello che altrove in Italia non riuscirebbe a fare mai: scrollarsi di dosso l’ala moderata (Margherita+Udeur) per imporre un proprio candidato, con un trappolone in cui era caduto lo stesso Prodi. Regista dell’operazione è stato il leader verde Gianfranco Bettin e la minoranza Ds (nel Paese ma non a Venezia), che aveva attuato, nelle trattative precedenti la scelta del candidato sindaco, una tattica di logoramento, bocciando tutte le proposte della Margherita, dall’ex assessore cacciariano Alessio Vianello ad altre figure un po’ più deboli.
Lo ha fatto contravvenendo agli accordi nazionali che volevano l’unità assoluta della Fed, e anche a quelli regionali, dove era stabilito che, visto che i Ds si erano visti aggiudicare il candidato alla presidenza regionale, oltre al presidente provinciale di Venezia, in Comune ci andasse un esponente della Margherita. Dopo la “sorpresa” Vendola accettata a bocca storta, con l’idea balzana delle primarie inventate e non a caso subito ritirate da Prodi, a Venezia non si poteva replicare, ma ai massimalisti del centrosinistra il giochetto era quasi riuscito.
A questa manovra si è prestato – non si sa quanto volontariamente – l’ex magistrato, persona intelligente e di specchiata onestà, che da tempo si sapeva stufo della toga e di una situazione politica che rendeva impossibile l’azione giudiziaria. Ma la sua è stata un’entrata a gamba tesa.
A fianco di questa situazione va registrato il distacco che ormai da tempo la città viveva nei confronti del primo cittadino uscente, l’ex rettore e ministro prodiano Paolo Costa, accusato di una gestione spregiudicata della cosa pubblica, di ambiguità rispetto al contestato progetto Mose, di consulenze allegre ad amici e persino alla moglie. Eppure Costa ha detto sì a Casson, mettendosi di traverso alle scelte del suo stesso partito, adducendo una sua presunta leadership sulla Margherita, e invece venendo clamorosamente smentito.
Il ruolo di Bettin, in questa vicenda, è quello del regista occulto: dapprima ha tentato il giochetto che gli era riuscito quattro anni fa, candidandosi a capo dell’ala “rossoverde”, che con l’apparentamento al ballottaggio gli aveva fruttato seggi e assessorati; ha voluto strafare, credendo di far saltare il banco grazie alla figura carismatica di Casson, si è accreditato come portavoce dei prodiani davanti allo stesso Prodi. Si narra di una sua telefonata notturna al leader dell’Unione, una volta incassato il sì dell’ex magistrato, millantato come il candidato di tutto il centrosinistra. E invece non era così: Bettin aveva bluffato cercando di mettere la Margherita di fronte al fatto compiuto.
Un ultimo elemento in questo quadro è dato dalla situazione dei Ds lagunari, alle prese con una leadership debolissima, espressione del “Correntone” (che non ha nulla di superlativo, visto che conta poco più del 10% a livello nazionale e anche a livello regionale), e che di fronte alla forzatura della sinistra estrema si sono spaccati. Non è un mistero che, una volta formalizzata la candidatura di Casson, il vertice veneto dei Diessini abbia dato l’ordine sotterraneo del voto disgiunto. E che alcuni esponenti autorevoli della Quercia, primo l’ex vicesindaco Michele Vianello, abbiano subito optato per Massimo Cacciari.
Il cui ritorno è stato una sorpresa, sgradita per molti, ma assolutamente devastante. Una decisione presa all’ultimo momento, giusto il giorno dopo che Felice Casson si era presentato trionfante al congresso lidense di Rifondazione, con un furbo Bertinotti che, dopo Vendola, sperava di fare il secondo colpaccio.
Solo Cacciari avrebbe potuto sparigliare le carte, e lui si è buttato alla cieca, accompagnato dai suoi, ma anche da una buona parte dei Ds. Ha fatto un programma scarno e realista, dicendo cose pesantissime sulla gestione Costa (i “comitati d’affari”, ricordate?), toccando un tasto giusto nella percezione dei cittadini. Il Mose? Certo che sono contro, ma visto che è finanziato dallo Stato, che faccio? I sabotaggi, come vorrebbe Casarini? Più dure erano le prese di posizione del fronte “quasi-opposto”, come la ridicola previsione di un sindaco dimezzato: la legge dice che per fare il primo cittadino dovrà mollare tutto. Ancora più significativo il fatto che il filosofo non abbia voluto apparentamenti per il ballottaggio, nonostante i resti della destra abbiano cercato di accreditarsi presso di lui.
Così, anche se lui stesso si reputava finito come politico, è tornato a Ca’ Farsetti. E la sua vittoria è, in fondo, la conferma che ormai i partiti classici contano sempre di meno rispetto alla società civile.
La sensazione è che Cacciari abbia sfondato nell’elettorato cattolico e moderato, che ha definitivamente abbandonato Bettin, ormai spostato ambiguamente verso l’ambiente dei centri sociali. Inutile la mobilitazione della cultura radical-chic (Paolini su tutti), che sta pericolosamente mostrando il passo e dimostrandosi veramente poco autonoma e molto miope. I Ds, tradizionalmente accreditati nel mondo operaio, hanno pagato una segreteria provinciale assolutamente inadeguata e abbagliata dal personaggio Casson.
Il quale, con la reazione spropositata (“Ha vinto la destra”) dimostra che deve abbandonare la rigidità personale e imparare a fare il politico. Ha detto di non voler fare l’assessore “mai” con Cacciari; ci ripensi, potrebbe imparare molte cose.

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