Barcellona for dummies (parte seconda)

Una piccola digressione. Per me, le parole “artista di strada” stanno per “artista che si esibisce per la strada”, non per “persone mascherate che si muovono quando butti una moneta nella scatolina”. Sulle Ramblas ci sono esemplari di quest’ultima specie, di artisti non ne ho visti che un paio, tipo un mago e un suonatore di clarinetto.
E adesso continuo.


Martedì 17 maggio
Come avrebbe detto Aigor, “potrebbe andare peggio: potrebbe piovere”. Appunto: piove. In una delle regioni più calde d’Europa. Vabbè, armiamoci di cappucci, tanto i babies se ne fregano e salterellano contenti. Colazione al caldo in una cafeteria-panetteria, poi meta la Sagrada Familia.
In una città di pazzi, è l’edificio per antonomasia: paghi un biglietto di otto euro per entrare in un cantiere (alla faccia della 626) di una mega chiesa che dopo 120 anni è costruita per poco meno della metà. E’ la loro Salerno-Reggio Calabria, anzi, quasi quasi bisognerebbe fare una cosa simile per quell’autostrada: metterci un pedaggio e far visitare i cantieri, così da finanziarli!
Il tutto si riduce a un percorso tutt’attorno alle navate laterali, le uniche percorribili perché il centro è occupato dalla selva di impalcature che dovrebbero sostenere (quando mai ci sarà) la cupola centrale. La maestosità dell’opera di Gaudì prevederebbe spazi adeguati per la facciata anteriore, che per il momento è a una ventina di metri da un bel condominio stile anni ’70; ma tanto, se ne riparla tra altri 100 anni.
I maschi si lanciano nell’impresa: salire le scalette interne a una delle torri. A metà della salita sono già stanchi! Il papà si lancia con loro, non perché lo voglia, ma perché ovviamente non sia mai che qualcuno precipiti da una settantina di metri…
E piove. E si mangia di corsa forse nel peggiore posto che mi sia capitato di incocciare, una specie di bar specializzato in frullati di pessimo gusto. I boys ne ordinano uno con melone bianco, limone e menta: na schifezza, lo scartano dopo una sorsata (e chi lo finisce?, indovina…). Senza commento gli orridi paninetti (bocadillas) con uno straccio di ripieno e imbevuti di una salsina di pomodoro altrettanto orrida. Non ricordo il prezzo perché l’ho rimosso.
Rietriamo, io con l’umore nero come il cielo. Non mi aiuta, anche se rallegra, il giro per la Boqueria, il famoso mercato coperto, oggi finalmente aperto, dove si potrebbe anche mangiare. Però l’orario nol consente.
Ma un aiuto insperato, fradici e affamati, ci viene dallo… Starbucks Coffee che incontriamo sulla strada della pensione. Adesso capisco perché Luca Sofri lo cita spesso e apprezza: un locale da meditazione per calmare l’agitazione e bere un cappuccino o una cioccolata stando rilassati, almeno per un po’. Almeno finché uno o una dei tuoi virgulti non si rovescia addosso la cioccolata o saccheggia con fare furbino le cannucce e lo zucchero…
Abbiamo bisogno di un riposino, e si va nella topaia. Pare che spiova, usciamo in cerca di cibo, e Tommy si chiede “cosa staranno facendo i miei compagni di classe… e la mia maestra Anna” (questa poi, nostalgia della maestra!).
Decisamente avverso a tornare in locali dichiaratamente da turisti – sono veneziano e li so riconoscere, purtroppo – costringo la famiglia a un giro in tondo per le Ramblas: niente di valido, tantomeno le famigerate latterie, che non si vedono manco a pagarle oro. Gira e rigira, troviamo un “Bar Les Tapes” giusto dietro il nostro alloggio, frequentato da clienti locali, a gestione familiare, piccolo piccolo ma con un tavolino in fondo giusto per ospitarci lasciando spazio per le evoluzioni dei bimbi. I gestori sono gentili, le tapas che mangiamo sono ottime. Ci voleva, per concludere con una svolta la serata.
Mercoledì 18 maggio
Da qui è tutta discesa, nel senso che oggi qualche meccanismo per prendere meno fregature l’abbiamo imparato. La colazione si fa in una torrefazione dove incrociamo due turisti italiani che ci dicono che – finalmente! – si incontra un caffé come Dio comanda. E vai! Poi si prende metro e teleferica per il colle di Montjuic per andare alla Fundaciò Joan Mirò, luogo prediletto da Raffy, che a cinque anni sa la differenza tra un Van Gogh, un Picasso e appunto un Mirò. E’ il suo paradiso, evidentemente. L’edificio è splendido, la collezione del pittore catalano è completa, ben curata e ben illustrata. Fortuna vuole che ci capitiamo nella Giornata mondiale dei musei, per cui abbiamo l’ingresso GRATIS! Che botta di culo!
Dopo il giro in lungo e in largo, sempre stando attenti alla piccola che tende a mettere le mani sulle tele, usciamo e pranziamo a panini nel vicino giardino “Font del Gat”. Chicca lancia l’idea: andiamo al Parc Güell, il giardino pazzo fatto da Gaudì? La cosa mi puzza, perché sta dall’altra parte della città, e perché non c’è una stazione del metro vicina…
Va bè, andiamo. Dal Montjuic bisogna scendere il Plaza Espanya, col passeggino dove la piccola ha nel frattempo preso sonno. Ci sono delle scale mobili, per fortuna, il che aiuta. Ma la stazione metro non ha accessi accessibili, per cui si prende passeggino e si scande le scale, con notevole piacere per la schiena!
Poi si arriva alla stazione indicata come vicina al Parc, e si scopre che detto Parc è sopra una collina; ci sarebbero le scale mobili ma sono in riparazione! Il sintomo di una tragedia incombe, per fortuna si può fare una specie di circumnavigazione verso un accesso laterale. Il fatto è che è il sottoscritto a spingere… e a lamentarsi.
Comunque sia, ci si arriva, e di lì si gode, oltre che della splendida architettura, dello splendido panorama. Per cena, vale la regola del giorno prima: vicino a casa è meglio; e infatti troviamo un altro localino con tapas e paella, quest’ultima per il Raffy, che la vuole visto che non l’ha ancora mangiata. La Nunu fa teatro da par suo, rovesciando acqua ovunque. Si finisce in gloria e strastanchi.
Giovedì 19 maggio
Si parte? No, aspetta che c’è la mattinata giusto per guardare i tre edifici della discordia, tra cui uno dell’onnipresente Gaudì, per entrare nel quale occorrerebbe spendere uno sproposito. Per fortuna abbiamo poco tempo, giusto un po’ di patatine fritte in una specie di fast food locale, ricuperare lo zaino e ripartire.
Non prima di aver sprecato mezz’ora al check-in perché i computer dell’aeroporto di Barcellona sono andati in tilt…
Stremato, sì, ma la felicità riflessa negli occhi dei bambini ti lascia dentro una grande soddisfazione. Tra un mese andremo in spiaggia, e lì mi spaparanzerò a dovere.

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