Piccolo podcast per PaoloValde

In risposta a un vecchio Sunday Podcast:
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Fine di un’era?

Chi può dirlo? Nessuno è in grado, in base all’informazione che ai cittadini viene offerta, quale sarà l’esito delle elezioni. Se fossimo stati in un Paese poco meno che normale, l’esito sarebbe scontato e soprattutto sereno: centrodestra fallimentare via, tocca al centrosinistra.
Ma in questa Italia non si può ragionare in questo modo, con buona pace di chi crede sia tutto normale, qui. No, qui non è un Paese normale. Qui un’intera politica è rimasta ostaggio da ormai 12 anni, di un solo uomo, e di un solo sistema di comunicazione, e quest’uomo è Silvio Berlusconi.
C’è chi inneggia ammirato alla bravura “politica” del Cavaliere, capace di dominare la scena istituzionale. Ma questo predominio non è politico, è solo mediatico, e lo dico da giornalista. La famosa “discesa in campo” ha avuto il solo scopo – finora riuscito – di bloccare una transizione da una Prima repubblica che stava sfasciandosi nel deficit e nella corruzione dei suoi ultimi epigoni. Agitando bandiere ideologiche e buttando la marea di soldi che si era fatto grazie alla Prima repubblica, egli ha fermato tutto, salvato quelli che non erano ancora affogati. E tutta la politica gli è andata dietro, chi vedendolo come salvatore, chi come acerrimo avversario.
Lui non è stato nulla di tutto questo: è stato semplicemente un bastone tra le ruote di chi voleva andare avanti e allargare le prospettive. Ha innalzato il muro che era caduto nel 1989, ma solo all’interno dei nostri confini, mentre l’ Europa e il Mondo andavano da un’altra parte.
E così abbiamo messo tutti gli occhiali da presbiti, che ci hanno fatto vedere le cose solo a un palmo dal naso. Anche noi giornalisti, dobbiamo riconoscerlo, siamo rimasti ostaggio per 12 anni di qualsiasi parola, qualsiasi gesto, qualsiasi alzata d’ingegno del presidente uscente: ogni secondo a guardare il particolare senza capire il tutto. Anche chi gli era contro.
Ecco perché il mio basta personale non è solo contro una persona. No, è per aprire di nuovo finestre e porte, per ripartire dove ci eravamo fermati, addirittura alla caduta dei muri. E’ la nausea per un lavoro di amplificazione della parola, del cenno, della piega dello sguardo del potente. Basta. Voglio vedere non solo facce, ma parole nuove. Anche silenzi, se i silenzi contano.
E adesso – almeno sulla politica – sto zitto fino a martedì.