C’è sempre un’altra strada

Prendo a prestito la conclusione del libro di Silvia Giralucci (ammazza! pure una pagina wikipedia!), cui mi lega un periodo di lavoro comune, e che dopo un bel po’ di tempo sono andato a sentire ieri sera a Carpenedo, in un incontro con Gianfranco Bettin.

Con loro parlavo di come quella tragica stagione dei ’70 non l’abbiamo vissuta direttamente, ma nel suo prosieguo post-ideologico. Si diceva che all’indigestione di politica che ha messo di fronte, anche in maniera sanguinaria, gruppi ideologici – direi tribù – di tanti giovani, è seguita un’era di individualismo, che forse non ha consegnato nelle mani della nostra generazione le “chiavi di casa” per un’evoluzione positiva della nostra Italia. tanto che la politica e il potere in senso lato sono rimasti nelle mani di una classe vecchia, visto che quella appena precedente è stata “bruciata”. O ha costruito un sistema di potere autoreferenziale…

Il ragionamento di Silvia – la cui crescita è stata anche segnata da una morte “di cui non si doveva parlare” – è forse pessimistico ma vero. Vero è che noi, nati nei ’60 o giù di lì, non ci siamo formati con l’odio ideologico, abbiamo rotto gli steccati, abbiamo avuto la possibilità di una riconciliazione. Certo, poi esistono nostalgici, altri giovani che “scherzano” con la violenza scambiando le persone con i simboli. O ci sono quelli che si scambiano per personaggi, che indossano maschere, a vole solo squallide e tristi.

Ecco, la “mia generazione” l’ho vissuta guardando nell’altro una persona. E’ quello che ha fatto Silvia cercando le persone prima che simboli o personaggi. Magari sbattendo il muso, ma sempre con fiducia.

Forse bisogna ripartire guardando negli occhi l’altro e non aver paura di mostrare i propri. Ed è quello che vorrei consegnare ai miei figli.

P.S.: Graziano Giralucci e Giuseppe Mazzola furono uccisi il giorno del mio decimo compleanno. Quest’anno sono 40 anni dal primo omicidio targato BR

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