Nella nostra, consueta, impotenza

In Italia c’è una bambina Bielorussa che è stata nascosta dai genitori adottivi, i quali hanno deciso di infrangere una norma e quindi rischiare la galera, pur di non farla rientrare nel suo paese, o meglio nel brefotrofio-orfanotrofio che la ospitava, e in cui è stata sottoposta a umiliazioni e violenze inenarrabili, in sequenze miserabili raccontate non solamente dalla stessa bimba, ma soprattutto, dai coetanei, carnefici, rei confessi.
Violenza sui bambini, infamia tracotante di viltà.
Fin troppo facile dare briglia sciolta all’emozione, fin troppo facile rimanere incollati al televisore, a tal punto da imbrigliare la colpa, quella colpa che è sempre di altri, ma ci sbatte addosso la nostra consueta impotenza.

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Compra e vendi

Chissà Vincenzo come la vede dal carcere la vicenda Telecom…
Ecco cosa mi ha inviato:
Il nostro è davvero un paese emblematico: decenni trapassati dagli scioperi a oltranza, di elargizioni e susseguenti prelievi, di proteste e rinculi repentini, di grida e urla forti nei riguardi dei deboli, di lamenti deboli verso i forti.
Eppure mai come in questo momento di grandi sfide al cambiamento, all’innovazione delle menti, che poco hanno a che fare con le iper-produttività strutturali, c’è strisciante, il bisogno di rivendicare la propria casta, nella bottega delle proprie idee, tutto ciò per accedere ai colori della vittoria… senza fare troppo caso alle ginocchia piegate dalla necessità di fare ritorno ai propri passi, sotto il peso di un’esigenza di giustizia che rivendica nel dialetto di ciascuno quell’equità che disconosce calcolo e privilegio.
Così qualcuno ammette che sorprendentemente stava meglio, prima, con il governo di centrodestra, meno tasse e più soldi nella pensione, mentre per lo stesso motivo qualcuno si morde le dita per la rabbia e la delusione di aver dato il proprio voto al governo di centrosinistra…
Orientamenti politici diversi e anche assai distanti, che convergono verso lo stesso principio:
il reddito procapite è ciò che più conta,
il reddito procapite è soprattutto ciò che fa democrazia,
il reddito procapite fa celebrare il funerale dell’ideologia “compra e vendi”, di quel credo politico che attraversa ogni sponda, nell’ordinata e furtiva dimenticanza di cecità sempre più ottuse.
Persone diverse con lo stesso carico di ansia, per questo presente che è storia, storia recente nella pensione che si allontana, a dispetto del fisco che non smette mai di barare, di un signoraggio che non dismette i panni del conquistatore di un futuro che non c’è, non c’è ancora, perché stritolato dai cingoli ben oliati dal debito pubblico che non fa prigionieri.
Difficile comprendere questa era di “globalizzazione” che ha sostituito all’etica la tecnologia, ove tutto è manipolabile, e perciò genera insicurezza e provvisorietà.
In questa Italia del progresso, tra efficacia e efficienza, gli obiettivi divengono sempre più virtuali, lo stesso film in programmazione è per lo più abbandonato dal macchinista, che tralasciando la regola, priva di un qualunque arricchimento ideale, a freno e attenzione del pericolo di cadere nella trappola delle solite belle bugie, le quali legano e imbavagliano le verità, quelle ostinate che fanno di un uomo la speranza del futuro.

Indulto o inganno

Quando si parla di carcere, si rischia di incorrere in esternazioni ideologiche, per non percorrere la strada faticosa a nome Giustizia e Umanità.
Per partorire davvero riforme, invece occorrono costruzioni mentali forse difficili, non basta esprimere giudizi.
Tutti sappiamo che è più facile non guardare a quel che succede nei meandri di un penitenziario.
Altrettanto sappiamo che è ancora meglio non interessarsi a quel che non succede in una prigione.
In fin dei conti è più consono non accollarsi troppi mal di testa per “persone“ che hanno sbagliato, e pagano giustamente pegno.
Tranne poi scandalizzarsi e farne un dramma di coscienza, quando molte di queste persone, una volta ritornate in libertà, al termine della loro pena, ricommettono gli identici reati , creando allarme sociale e insicurezza.
Allora si auspica, inasprimento delle pene, carcere duro…

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Amore che non trema

Chissà perché non parliamo mai troppo d’amore, come fossimo prigionieri di un pudore feroce… o di una malcelata distanza da un amore che nasce e un altro che muore.
Proprio da questa negazione mi torna in mente l’incontro con un vecchio russo, che seduto sui scalini di una chiesa scarabocchiava su un pezzo di carta alcuni segni… che io ho avuto la fortuna di leggere.

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Carcere e formazione

L’immagine che si ha di una prigione è uno schema freddo e sintetico, uno spazio essenziale, spogliato di ogni riferimento, ove l’anima urla davvero, e potrebbe non esser udita, perché soffocata dalle sue stesse grida, dall’imprecare, sanguinare, chiedere. In questa prigione così oscura, tetra e dura, tanto da divenire un incubo, fino a farti ammuffire più del suo tetto-cratere corroso dal tempo: esiste un’umanità che sopravvive e infine chiede di vivere.
Allora non solo il sistema mediatico dovrebbe prendere in esame questa istanza che non ha nulla di pietistico o vittimistico, affinché divenga una precisa istanza di interesse collettivo, perchénessuno si ritenga autorizzato a non farci i conti. Eppure per crescere, per non piegarsi a quell’infantilizzazione galoppante, a quella desocializzazione che rincorre e rincula a ogni standard di prisonizzazione, esso deve diventare uno spazio, sì, di privazione della libertà, ma anche e soprattutto un micro gruppo facente parte il macro gruppo ove tentare di recuperare non solo attraverso l’afflizione, ma soprattutto da ciò che in ciascuno incombe: la responsabilità di ricostruire se stesso.

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Rinascere davvero

Natale corre al centro dell’universo, verso l’Uomo che ha cambiato la nostra esistenza.
Persino il generale inverno delle nostre interiorità piega di lato, quando inizia il conto alla rovescia per Natale. Senza più la maschera del tempo, il cielo si abbassa a sfiorare orme indelebili.
Appare un dipinto di altri tempi, dal quale non è possibile disperdere la speranza, indipendentemente dalla Fede che ognuno professa, da quella fratellanza allargata richiesta ontologicamente.
Natale non conosce barriere, né ideologie, non consente disattenzione, tanto meno indifferenza, è un momento che non è vano neppure per il più sciocco degli uomini, quello che lo intende per un sol giorno, come una rappresentazione imposta dalla coscienza.
Natale non è catarsi da acquistare al supermercato degli affetti, né emozione costruita in laboratorio, non è veste da indossare in politica, né iconografie digitali per spot multimediali.

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Il raglio del mulo

Dopo l’arresto dei due mini-killer del benzinaio
Quando un minore o un giovanissimo diventano fatto di cronaca, lasciando sul terreno il rumore sordo del dolore delle vittime, la domanda è già risposta, così evidente da sembrare sociologia spicciola parlarne.
Di certo non c’è sempre malavita organizzata dietro questo schiantarsi della ragione, neppure professionisti del crimine.
C’è solamente una periferia invisibile in un territorio vivo.
Un bullismo che si è trasformato in gangs, una generazione di maledetti per vocazione che a forza irrompe nell’agglomerato umano lasciato senza custodi educazionali.
Una colonna di impavidi per età, per inesperienza, per solitudine, imperversa nelle mancanze altrui, a cominciare da quelle della strada, dove non esiste più regola, né valore, figuriamoci ideale, tant’è che il disvalore non è più solo la spiegazione acculturata di una negatività, è soprattutto ciò che campeggia sui sellini degli scooter ben allineati ai margini della via.
Mi torna in mente la sofferenza che ho provato per il raglio di un mulo ferito a morte, un raglio che ti penetra sottopelle, ti grida dentro le ossa, fino a farti impazzire per non ascoltarlo più.

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La grazia del carcere che c’è

Quando il silenzio circonda il “pianeta sconosciuto” da farlo apparire una sorta di terra di nessuno, è da questa discrepanza che si creano le basi per lo sgretolamento del senso di sicurezza: discrepanza tra ciò che è realmente, e ciò che si vorrebbe fare apparire.
Ma al male non si risponde con altro male, bensì con la fermezza dell’umanità ritrovata, la quale non ha occhi da utopista né da illusionista, ma comportamenti coerenti con lo spirito delle leggi, quelle vigenti, non quelle altre a venire che sanno di scartoffie impolverate.
Qualche volta occorre scendere dal proscenio e prendere atto che il carcere è ridotto come è, anche a causa di alcune leggi in disuso, le quali non sono mai state correttamente applicate, e di questo scempio la colpa è antica, risale a ieri, all’altro ieri, anzi forse a domani.
Infatti non porta voti né santificazioni occuparsi seriamente della galera, non è salutare guardare con pietà a chi sbaglia e deve pagare, non è innovativo a sufficienza spendere di più per prevenire e mettere mano alle leggi esistenti per renderle davvero operative, quindi efficienti ed efficaci.
Non può bastare la giustificazione che in carcere non ci sono operatori sufficienti, che per colmare le assenze ed i vuoti istituzionali, debbono lavorare il doppio o il triplo, per tentare di fare andare bene le cose.

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I BAMBINI NON SI TOCCANO. MAI

Quand’è che un uomo si prepara alla sua morte? Quando uccide un suo fratello? Quando tortura il suo prossimo? Quando inganna la sua natura per uno spicchio di potere destinato al fallimento?
L’uomo può essere assassino spietato o miserabile indefesso, a seconda delle occasioni che gli si presentano può persino diventare santo o martire per amore, per fede, per umano richiamo di fratellanza.
L’uomo è tale perché imprevedibile nei suoi bisogni, nelle sue tensioni etiche, nelle sue disperazioni disturbanti e disturbate.
Egli è uomo nei tanti limiti imposti e non del tutto consapevoli, a tal punto da redigere in calce a una sentenza di giudizio eterna, la speranza di ritornare a essere una persona nuova.
Quando invece l’uomo varca il confine della sua memoria, annientandola e depredandola del suo valore di MONDO, di UNIVERSO, di FUTURO, dimenticando il respiro che Dio dona a ognuno quando conserviamo la bellezza del “Bambino”, allora quell’uomo si prepara alla sua morte, e cosa ben peggiore prepara l’umanità ad accettare la sua eclissi.
L’essere umano che sopravvive a se stesso ci disegna il peso di una somma che non possiede più sottrazione né addizione, ci consegna, nudi, alla realtà che stiamo costruendo pallottola dopo pallottola, cannonata dopo cannonata, rappresaglia dopo rappresaglia.
Quell’uomo ci sbatte sulla faccia la colpa, quella più infame, quella svestita di ogni più piccolo scarto di dignità.
L’uomo che si prepara alla sua morte è colui che “decide la sorte dei bambini”.

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Quel cappio al collo

Qualche tempo addietro scrissi dei tanti suicidi e dei troppi silenzi che circondano il carcere…Ricordo la risposta indifferente.
Mi sono chiesto spesso qual’è il volto nascosto dietro le righe di una notizia. Qual’è il volto e la storia dell’ultimo uomo scivolato in “SCACCO MATTO” in un carcere.
Quanto quest’ennesimo suicidio risarcisce in termini di umanità, al di là della mera notizia?

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