Bloggare lento e assorto

La mia vita online si è di molto limitata, in questi anni, a guardare e segnalare: lo fanno molto bene Tumblr e soprattutto Twitter e per me un po’ meno Facebook, che hanno comunque anche dei risvolti professionali.

Non scema l’interesse per lo strumento blog, comunque. Il mio aggregatore è sempre ricco di letture e costantemente consultato. Qualche collega e amico ci si sta buttando (ma mai dimenticare che il blog da solo ormai non basta se non c’è un rimando ai SN) con spunti di riflessione interessante.

Tanti gli argomenti su cui avrei voluto riflettere in questo tempo difficile e contrastato. Come penso spesso, c’è chi lo sa fare meglio di me, e allora non faccio altro che segnalarlo.

Molto umilmente però mi sembra di notare – saranno i tempi duri che viviamo e che ci aspettano – poca voglia di dialogare, molta di urlare rabbia e critiche. Forse ci vorrebbe qualche “educatore alla comunità”, realtà che non si crea spontaneamente, né naturalmente né tantomeno sui SN, anche se un anelito c’è.

Un fallimento pastorale

La triste e repentina fine di Telechiara, al di là della solidarietà verso i colleghi e ai tentativi di salvataggio di posti di lavoro, mi ispira alcune considerazioni più ampie.

Innanzitutto, è un fallimento di un obiettivo pastorale delle Chiese del Nordest. Telechiara – forse molti non ricordano – è nata come sperimentazione dal primo convegno ecclesiale di Aquileia, lo ricordava anche il vescovo di Padova, mons. Mattiazzo, durante la visita del Papa. E poco dopo che ad Aquileia si è celebrato il secondo convegno del Triveneto, ecco invece la chiusura.

Certo, negli anni, Telechiara è diventata poco più che una tv devozionale, almeno nella maggioranza del suo palinsesto. Qualche dibattito sparso qua e là su temi sociali d’attualità, secondo lo schema classico del talk show, per il resto rosari e messe, televendite e ballo liscio (!). In un panorama in cui i grossi player locali, ma anche quelli nazionali, soffrono per la crisi della pubblicità, niente di strano che anche la tv cattolica del Nordest vada in profondo rosso.

Quel che pare venir fuori è un disimpegno delle Chiese cattoliche, non dico da una presenza, ma almeno da una riflessione su quelli che vengono definiti “mezzi di comunicazione sociale”. E passi la televisione, che di sociale ha ben poco, ma in crisi sono anche i mezzi più classici, come i settimanali diocesani (i contratti di solidarietà a Gente Veneta sono una botta notevole).

Al di là di “avventure” imprenditoriali, pare scemata nelle Diocesi e nelle parrocchie, nella catechesi e nelle riflessioni, ogni argomento che riguarda le comunicazioni sociali. Soprattutto la Rete, mi pare. A meno di considerare riflessioni i soliti allarmi sulla pericolosità delle amicizie su Facebook.

Eppure la Rete c’è. Non è un mezzo qualunque, ha già innervato le nostre vite e la nostra economia, per non dire della socialità. I cattolici, laici e preti, stanno cercandoci i segni di Vangelo o demonizzano e basta?

Ma in che rete vivete?

Una sgangherata “Amaca” spara contro Twitter, senza capirne la logica, scambiando la parte (i contatti) per il tutto (il SN).

Poi l’accusa va contro i 140 caratteri che non favorirebbero l’approfondimento. Ma guarda un po’. Eppure piace tanto scrivere battute fulminanti, aforismi, telegrammi, Jene…

Poi leggo che il radical chic sarebbe in crisi solo perché un paio di trasmissioni non raggiungono lo share sperato.

E’ solo questione di reti. La mia rete è quella in cui mi rispecchio, quella di mio figlio non è la mia, non so se è meglio. C’è qualche punto di contatto reale, per esempio tra me e mio figlio, che si approfondisce nel dialogo e nella comprensione reciproca. Reti che si toccano, appunto.

Non isole che giudicano altre isole. Non atolli esclusivi – o torri d’avorio – che credono ancora di lanciare messaggi alle folle e di essere seguiti come pifferai magici.

Le “profezie” di Twitter

Ha senso esclamare che il web, in particolare Twitter, precede tutti i media tradizionali sulle notizie. Anzi, è addirittura più veloce di un terremoto, o più semplicemente della morte di un ex presidente?

Oppure è solo la ripetizione alla velocità del web del vecchio meccanismo legato alla circolazione di voci non controllate, un po’ come le chiacchiere al bar, in attesa che qualcuno le “solidifichi” con controlli precisi e professionali?

Non lo so, ma mi sembra che ci debba essere sempre qualcuno che verifica, e che lo faccia in maniera persistente e per questo professionale. Chiamateli giornalisti o “DJ della notizia”. In questa dinamica ce ne vogliono, così come in passato è successo per le agenzie a servizio dei giornali e ora, in senso lato, per tutta l’audience del web, e della società in genere. Che usa Twitter o Facebook con una sorta di setaccio per poi analizzare e verificare e poi rilanciare.

Poi si apra il dibattito sui blog o sui commenti.

[UPDATE] Elvira Pollina ne scrive più approfonditamente (e polemicamente) sul suo blog.

Da blogger a Udine: riflessione

Ovviamente, non posso prescindere del tutto dal mio essere giornalista, ma faccio qualche considerazione dalla mezza giornata passata all’Assemblea dell’ARE da “cittadino qualunque dotato di tecnologia”.
A parte le osservazioni critiche che ho già fatto sulle dotazioni tecniche della sede congressuale, ho cercato di vedere com’è un’assemblea politica di un’organizzazione singolare, vista senza l’assillo della notizia.
A parte che la notizia del giorno l’avevo già data (la classe non è acqua…), devo dire che la varietà di “roba” e di discussioni è talmente frammentaria che uno che frequenti cose come questa senza uno scopo specifico ci si perde.
Così ho guardato un po’ in giro, ho fatto qualche foto, guardato di cattivo occhio dai fotografi ufficiali. Avrei voluto vedere Illy alle prese con un’intervista col telefonino, ma il suo portavoce lo marca stretto…
Oggi c’era una sessione plenaria con varie discussioni, l’adozione di risoluzioni, un premio alla comunicazione, due “lezioni”, più tre firme di accordi tra FVG e contee romene. Uno non ci si racapezza.
A prescindere dalla natura dell’evento, l’idea di invitare blogger non credo possa essere solo un mero “diversivo” per fare notizia. L’esperienza americana e quella europea dice che si può fare una scelta oculata a seconda degli eventi, per averne una lettura da angoli diversi, con la capacità di un’analisi più pacata rispetto a quella dei giornalisti ma allo stesso tempo “in tempo reale”.
Dall'”esterno” ho notato che i giornalisti non prestano attenzione all’evento clou in sala, basandosi sui resoconti dell’ufficio stampa, anche perché in sala non era possibile stare nemmeno con un pc attaccato alla spina elettrica. Così quelli che davvero seguivano i lavori erano pochi, il resto correva per corridoi.
Ok, l’evento politico spesso si consuma nei corridoi, ma questo non era il caso. Meglio essere testimoni diretti di quel che si dice, almeno qui.
Voi che ne dite?

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