Cavie da esperimento

Mi spiace molto, anche perché conosco qualche persona che con entusiasmo si era gettata nell’esperienza, mossa anche da ideali e speranze di poter incidere con una politica “nuova”.

Ma il Movimento 5 Stelle si sta dimostrando sempre più come un laboratorio in cui centinaia di persone si sono trasformate in cavie per un esperimento dei suoi padri-padroni. Di come cioè, utilizzando la leva del consenso attorno a un leader (come aveva già fatto Berlusconi), e grazie a una legge elettorale che lo consente, si possa mandare allo sbaraglio degli sprovveduti carichi solo dei loro pregiudizi, in cui i più scalmanati ottengono la ribalta massmediologica, e a cui gli altri fanno “il coro” in iniziative spettacolari quanto inutili e insulse.

E gli scalmanati di cui sopra fanno a gara a cercar di mostrarsi brillanti come il loro capo, a fare la battuta sempre più spericolata e a girarsi verso di lui come per dire “bella questa eh?”, come a un’audizione per un varietà.

E tanto più lontano è l’obiettivo della votazione, tanto più l’attenzione di media e votanti è verso il capo, e ciò spiega il successo alle elezioni politiche e il flop alle amministrative.

E ciò spiega l’impegno del capo nella campagna per le Europee, dove non sai chi sono i candidati ma vedi solo lui. Che è andato persino nell’odiata tv dei talk show.

Quel che mi pare – e potrei sbagliarmi – è che però il gioco al ribasso sta travolgendo anche il capo, e che la sua figura non è più tanto di riferimento dopo tante smargiassate, tanta fuffa, tanti errori degli esponenti stellati locali.

E che stavolta il tonfo potrebbe essere duro.

Buon Pastore

E’ difficile per me non farmi prendere dall’emozione a scrivere e ripensare al patriarca Marco Cè, che ci ha lasciato lunedì 12 maggio.
Difficile perché è stata una di quelle figure imprescindibili per la mia generazione – e per quella di altri che hanno avuto la grazia di vivere negli anni del suo mandato a Venezia – per stile, parole, valori.
Un uomo schivo, defilato, timido. Gli avrò parlato sì e no una decina di volte in tutto, e sempre brevi scambi – una volta mi chiese di un viaggio in Irlanda… – magari con qualche battuta scherzosa, quando don Valerio si intrometteva, per “salvarlo” dall’assalto dei giovani che venivano a sentirlo. Lui aveva già parlato a ognuno di noi, anche quando parlava in pubblico a centinaia di persone. Si sentiva – o almeno io sentivo – che ti interpellava personalmente. E non con toni particolarmente enfatici o trascinanti, da predicatore o da figura ieratica. No, lui declinava con semplici parole la Parola, che per lui è stata tutto. Aveva una grandissima cultura biblica e pastorale, e ti stava ad ascoltare, ma non si rifeirva mai a se stesso; piuttosto, faceva entrare nel tuo cuore e nella tua coscienza la dolcezza e la semplicità di Dio.

Per me adolescente degli anni ’80 fu folgorante l’appuntamento della Festa dei Giovani a Udine. Chi dei miei coetanei non ha sempre in mente l’Alleluja canto per Cristo, il Laudato sì, Signore mio? Eppure, al di là del clima di festa, Marco Cè ci voleva consegnare il nuovo Catechismo dei giovani, e la Parola di Dio.

Formazione e Parola. Questo insegnò alla sua Chiesa di Venezia. Non si contano le iniziative che, con molta discrezione, suggerì e sostenne: la scuola biblica, la scuola di teologia per laici, la scuola di formazione politica…
Sostenne e promosse, sempre con discrezione, l’Azione Cattolica. In un periodo che viveva tensioni “attiviste” e “presenzialiste” per i cristiani nella società. Di fronte alle “vittorie” effimere puntava al convincimento profondo, a lungo termine. Altri studieranno la sua opera anche nella società veneziana di quel tempo, uscita dal terrorismo e dalle tensioni degli anni ’70.

Ma non si può racchiudere l’avventura di un cristiano e di un vescovo come Marco Cè in realizzazioni o teorie. La generazione di noi che lo ha avuto come Pastore sa che a farcelo amare sono stati il suo stile, la sua preghiera, il suo indicarci sempre la Croce, la Bibbia, l’Eucaristia. Come fare questo? Come realizzare quello? “Guardate al Signore”, è sempre stata la sua risposta, così come lui ha sempre fatto, fino alla fine.

Poi ci sono i piccoli pensieri e le piccole attenzioni per tutti. Anche per me, che le custodisco gelosamente.
Dio ti accolga, e prega per noi, Patriarca Marco.

Ho una testa di cervello!

Avevo voglia di rimettere in circolo quel piccolo ebook che ho ricavato nel 2009 dall’altro mio “storico” blog Frasistoriche, quello che raccoglie gli aneddoti fulminanti dei più piccoli.

Ho smanettato dapprima con Kdp, e ne è uscita l’edizione per Amazon Kindle (per chi ha il device). Quindi, a voi l’ebook, con quattro soldi.

Poi però ho scoperto Narcissus e stanno uscendo anche edizioni in forma epub per le altre piattaforme di vendita. Maggiori aggiornamenti di là.

Adesso mi gaso e vien fuori magari una nuova edizione aggiornata agli ultimi 5 anni di Frasistoriche… ma con calma.

C’è sempre un’altra strada

Prendo a prestito la conclusione del libro di Silvia Giralucci (ammazza! pure una pagina wikipedia!), cui mi lega un periodo di lavoro comune, e che dopo un bel po’ di tempo sono andato a sentire ieri sera a Carpenedo, in un incontro con Gianfranco Bettin.

Con loro parlavo di come quella tragica stagione dei ’70 non l’abbiamo vissuta direttamente, ma nel suo prosieguo post-ideologico. Si diceva che all’indigestione di politica che ha messo di fronte, anche in maniera sanguinaria, gruppi ideologici – direi tribù – di tanti giovani, è seguita un’era di individualismo, che forse non ha consegnato nelle mani della nostra generazione le “chiavi di casa” per un’evoluzione positiva della nostra Italia. tanto che la politica e il potere in senso lato sono rimasti nelle mani di una classe vecchia, visto che quella appena precedente è stata “bruciata”. O ha costruito un sistema di potere autoreferenziale…

Il ragionamento di Silvia – la cui crescita è stata anche segnata da una morte “di cui non si doveva parlare” – è forse pessimistico ma vero. Vero è che noi, nati nei ’60 o giù di lì, non ci siamo formati con l’odio ideologico, abbiamo rotto gli steccati, abbiamo avuto la possibilità di una riconciliazione. Certo, poi esistono nostalgici, altri giovani che “scherzano” con la violenza scambiando le persone con i simboli. O ci sono quelli che si scambiano per personaggi, che indossano maschere, a vole solo squallide e tristi.

Ecco, la “mia generazione” l’ho vissuta guardando nell’altro una persona. E’ quello che ha fatto Silvia cercando le persone prima che simboli o personaggi. Magari sbattendo il muso, ma sempre con fiducia.

Forse bisogna ripartire guardando negli occhi l’altro e non aver paura di mostrare i propri. Ed è quello che vorrei consegnare ai miei figli.

P.S.: Graziano Giralucci e Giuseppe Mazzola furono uccisi il giorno del mio decimo compleanno. Quest’anno sono 40 anni dal primo omicidio targato BR

E’ stato in mezzo a noi

[Questa è una riflessione scritta insieme a Ludovica e che ho letto alla veglia di Natale a San Lorenzo. La metto qui a mo’ di archivio]

“Hai presente quel signore silenzioso, quella mamma tanto giovane? Hanno avuto un bambino” Quante famiglie potremmo descrivere così, nella vita di tutti i giorni? Potrebbe essere un nostro parente, un cugino, un vicino di casa o di quartiere. Ebbene, uno “così” è Dio, è il Signore del cielo e della terra e della storia, che è venuto a stare tra di noi, è nato, è stato nelle braccia di una mamma e un papà, ha incrociato i nostri passi, ha respirato la nostra aria, visto il sole e la luna, ha chiacchierato, mangiato e bevuto.

Poi ha fatto alcune cose straordinarie, ma innanzitutto è stato in mezzo a noi. Noi lo abbiamo riconosciuto? Che segni e che speranze ci ispira guardare a un bambino piccolo, a un ragazzino che si è smarrito un giorno nel Tempio, a un giovane uomo che si è messo a fare il predicatore ed è stato giustiziato come un delinquente?

Quella di Gesù è stata una storia, una tra tante storie di uomini e di donne, finita pure male, cominciata quasi di nascosto. Eppure alcuni hanno “sentito” qualcosa, hanno seguito una luce, forse senza capirci tanto. Anche noi non sappiamo “dare un senso a questa storia”, chiediamo una luce in questo tempo strano e confuso. Quel bambino ha una luce speciale che chiede di essere vista ma solo se sappiamo metterci in  ricerca e ascolto, se sappiamo guardare a tutto con occhi nuovi, ripuliti dalla nostra incredulità, dal nostro cinismo, se smettiamo di confidare solo in noi stessi.

Sapere che Dio ha camminato sulle nostre strade ci ridarà la fiducia nell’uomo e nel futuro? È una delle preghiere di questa Notte Santa.

Giornalista? Io?

C’è un ruolo sociale che sto ricoprendo in maniera diversa e nuova anche grazie all’uso dei social?

Il dubbio mi viene dai feedback delle persone che incontro. Feedback non costituito da commenti, like o retweet ma semplicemente dai commenti a voce, quando ci si incontra per altre cose e ci scappa il commento sulla mia produzione social, che fa parte del nostro tempo.

Così amici e conoscenti mi hanno “riso in faccia” citando tweet e post delle mie disavventure ferroviarie. Oppure mi hanno fatto i complimenti quando segnalo link o notizie sulla vita della città o sulla politica, su Twitter o Facebook.

E allora mi chiedo qual è la mia identità che viene rappresentata in Rete.

Perché di rappresentazione si tratta, e forse molti se lo dimenticano, quando chattano, postano, twittano, scrivono un blog.

E – metti caso che i social vengano usati per il recruiting dalle aziende – si vede che sono un giornalista? Forse perché trattengo sull’attualità, magari con qualche considerazione personale? Perché vario a 360° un po’ su tutto quel che mi circonda? Forse.

Non è banale farsi domande del genere, anche per chi è un “semplice utente”.