Il giornalismo d’inchiesta non è mai esistito. In Italia.

Se “riveli” particolari di inchieste giudiziarie, non stai facendo un’inchiesta, ma sei la buca delle lettere della Procura. O degli avvocati. O delle parti civili. Non stai facendo un’inchiesta.

Se pubblichi “esclusive” su indagini, sei un cronista di nera che riferisce quel che gli dicono gli investigatori. Non stai facendo un’inchiesta

Se anticipi i contenuti di questo o quel provvedimento politico, magari definendolo una “porcata”, sei megafono della maggioranza o dell’opposizione che ti hanno passato la notizia. Non stai facendo un’inchiesta.

Se racconti “una storia”, non stai facendo un’inchiesta.

Se fai un “viaggio” fai un reportage, non un’inchiesta.

Se esprimi la tua opinione, non fai inchiesta. E nemmeno il giornalista, ma l’opinionista.

Nei giornali-telegiornali-siti italiani c’è tutto questo, più una discreta quantità di imprecisioni e bufale. Non “giornalismo d’inchiesta”.

E forse non c’è mai stato.

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Corsi e ri-corsi

[Cose di insegnamento…]

Ogni tanto si ritorna sul luogo del delitto. Per esempio, al Centro Kolbe di Mestre, dove sono stato allievo e pure “docente” dei vari corsi di cultura del giornalismo negli anni passati (e qualche allievo ancora ci campa…)

Stavolta mi produrrò in un corso di “Giornalismo ai tempi del Social”, assieme all’illustre Carlo Felice Dalla Pasqua.

Le iscrizioni sono aperte fino al 30 aprile. Sono cinque incontri da due ore e mezza a Mestre.

Se qualcuno è interessato, si faccia avanti numeroso!

Twitter ha vinto?

Mi è stato ricordato che oggi è il quinto anniversario del mio esordio su Twitter. Forse ce n’era stato uno precedente, poi abbandonato, ma insomma…
A parte le date presunte, posso dire che l’uccellino è progressivamente diventato il mio social media preminente. Pur abitando altre realtà in rete, Twitter rappresenta per me uno strumento di consultazione ormai imprescindibile nella giornata.
Ovviamente il mio uso dipende dalla mia condizione professionale, quella di giornalista di agenzia abituato e quasi “ammalato” di aggiornamenti a ciclo continuo. È altrettanto vero che il mio flusso di cinguettii non è fatto di notizie, né preminentemente di account di colleghi. Ci sono osservatori e retwittatori, questo sì, per cui l’attualità irrompe in un contesto che però è anche di riflessioni, battute, link, foto, spiritosaggini e confidenze.
Dunque, un po’ di tutto di quel che mi circonda e che amo.
Il resto fa da contorno: Facebook ha un ruolo di risulta (grazie a Selective tweets), il blog personale mi impegnerebbe troppo tempo, ora come ora, per una cura più assidua.
Devo dire che anche professionalmente Twitter aiuta molto, nella raccolta di spunti e fonti da approfondire, in un lavoro comunque di distribuzione velo e delle notizie che è quello dell’agenzia.
Per inciso, sono il redattore ANSA con più followers :-), e modestamente ho contribuito alla nascita dei primi canali ufficiali dell’agenzia su Twitter. Sì potrebbe far meglio, ma ci abbiamo anche guadagnato un premio.
Al netto delle strategie future di questo prodotto, lunga vita!

P.S.: @mante sarebbe il mio “padrino” della mia entrata su Twitter. Grazie Massimo, ma che vuol dire?

Quale professione?

Io sono uno che riesce a farsi mettere “in crisi” – nel senso positivo – anche dalle contumelie e dalle idiozie, ma vorrei riuscire a capire qualcosa di più sul senso di ciò che faccio e del mio lavoro. Soprattutto quando questo lavoro è una professione esposta alle critiche di tutti e non solo degli addetti ai lavori.

C’è una linea di difesa della professione di giornalista che a mio parere sta scricchiolando da molto tempo, ed è quella che insiste sul concetto di “professione”: “Vi fareste operare da uno non iscritto all’ordine dei medici? No? E allora vi fidereste di una notizia trattata da chi non lo fa per professione?”. A parte il fatto che le bufale e le stupidaggini da chiacchiere al bar non si contano più, sui vari tipi di medium, dalla carta al web passando per la tv e la radio, e a parte il fatto che di medici cialtroni che continuano a professare imperterriti ce n’è anche troppi…

Guardiamo a come si è evoluta – o devoluta – la sedicente professione. Gianluca Amadori, presidente dell’Ordine veneto, ha usato spesso la definizione di “insaccatori” di parole, di comunicati stampa o di notizie d’agenzia, per i colleghi ridotti a ingranaggi di una macchina editoriale. E questa è colpa degli editori certo, anche se molti colleghi vi si trovano bene dentro: un bello stipendio col minimo sforzo.

Ma è anche vero che non vale più nemmeno la retorica della “strada”: “Io vado a trovarmi le notizie sulla strada, ho le mie fonti, le notizie le trovo, non le aspetto”. Certo, bene. Ma chiediamoci anche dove è finito l’approccio critico alle fonti. Molti colleghi – anche molte testate – sono diventati non degli “insaccatori” ma sostanzialmente dei portavoce, di teorie, di ideologie, di pregiudizi. Uno potrebbe obiettare: si chiama “linea editoriale”. Ma a volte sembra essere un laccio da cui non ci si riesce a liberare, nemmeno di fronte all’evidenza di alcuni fatti. E l’istituto della rettifica viene messo bellamente da parte

Che differenza, allora, con il “citizen” che fa da megafono molte volte a teorie bizzarre, a bufale, a complotti? Non è vero che ormai anche noi professionisti pecchiamo di superficialità, fretta, voglia di dare spettacolo, esibizionismo? Tutto questo cosa ha a che fare con il professionismo?

Dovremmo tornare – altro bell’aggeggio retorico – al rispetto per il “lettore”. Un lettore abbassato al rango di target pubblicitario fa tanto anni ’80, ed è un concetto ampiamente biasimato (anche se credo sia ancora ben vivo); altrettanto lo è il lettore concepito come “pubblico” da piegare alle proprie convinzioni, da “affiliare” (ma dopo un po’ si stancherà, vedrai).

Da dove ripartire, se si vuole ripartire, per dare dignità al giornalismo? Dalla cura, dalla verifica, dal soppesare le cose, dal voler capire senza aver già capito tutto? Domande da Ferragosto…

Le “profezie” di Twitter

Ha senso esclamare che il web, in particolare Twitter, precede tutti i media tradizionali sulle notizie. Anzi, è addirittura più veloce di un terremoto, o più semplicemente della morte di un ex presidente?

Oppure è solo la ripetizione alla velocità del web del vecchio meccanismo legato alla circolazione di voci non controllate, un po’ come le chiacchiere al bar, in attesa che qualcuno le “solidifichi” con controlli precisi e professionali?

Non lo so, ma mi sembra che ci debba essere sempre qualcuno che verifica, e che lo faccia in maniera persistente e per questo professionale. Chiamateli giornalisti o “DJ della notizia”. In questa dinamica ce ne vogliono, così come in passato è successo per le agenzie a servizio dei giornali e ora, in senso lato, per tutta l’audience del web, e della società in genere. Che usa Twitter o Facebook con una sorta di setaccio per poi analizzare e verificare e poi rilanciare.

Poi si apra il dibattito sui blog o sui commenti.

[UPDATE] Elvira Pollina ne scrive più approfonditamente (e polemicamente) sul suo blog.