La triste e repentina fine di Telechiara, al di là della solidarietà verso i colleghi e ai tentativi di salvataggio di posti di lavoro, mi ispira alcune considerazioni più ampie.
Innanzitutto, è un fallimento di un obiettivo pastorale delle Chiese del Nordest. Telechiara – forse molti non ricordano – è nata come sperimentazione dal primo convegno ecclesiale di Aquileia, lo ricordava anche il vescovo di Padova, mons. Mattiazzo, durante la visita del Papa. E poco dopo che ad Aquileia si è celebrato il secondo convegno del Triveneto, ecco invece la chiusura.
Certo, negli anni, Telechiara è diventata poco più che una tv devozionale, almeno nella maggioranza del suo palinsesto. Qualche dibattito sparso qua e là su temi sociali d’attualità, secondo lo schema classico del talk show, per il resto rosari e messe, televendite e ballo liscio (!). In un panorama in cui i grossi player locali, ma anche quelli nazionali, soffrono per la crisi della pubblicità, niente di strano che anche la tv cattolica del Nordest vada in profondo rosso.
Quel che pare venir fuori è un disimpegno delle Chiese cattoliche, non dico da una presenza, ma almeno da una riflessione su quelli che vengono definiti “mezzi di comunicazione sociale”. E passi la televisione, che di sociale ha ben poco, ma in crisi sono anche i mezzi più classici, come i settimanali diocesani (i contratti di solidarietà a Gente Veneta sono una botta notevole).
Al di là di “avventure” imprenditoriali, pare scemata nelle Diocesi e nelle parrocchie, nella catechesi e nelle riflessioni, ogni argomento che riguarda le comunicazioni sociali. Soprattutto la Rete, mi pare. A meno di considerare riflessioni i soliti allarmi sulla pericolosità delle amicizie su Facebook.
Eppure la Rete c’è. Non è un mezzo qualunque, ha già innervato le nostre vite e la nostra economia, per non dire della socialità. I cattolici, laici e preti, stanno cercandoci i segni di Vangelo o demonizzano e basta?