Corsi e ri-corsi

[Cose di insegnamento…]

Ogni tanto si ritorna sul luogo del delitto. Per esempio, al Centro Kolbe di Mestre, dove sono stato allievo e pure “docente” dei vari corsi di cultura del giornalismo negli anni passati (e qualche allievo ancora ci campa…)

Stavolta mi produrrò in un corso di “Giornalismo ai tempi del Social”, assieme all’illustre Carlo Felice Dalla Pasqua.

Le iscrizioni sono aperte fino al 30 aprile. Sono cinque incontri da due ore e mezza a Mestre.

Se qualcuno è interessato, si faccia avanti numeroso!

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Giornalista? Io?

C’è un ruolo sociale che sto ricoprendo in maniera diversa e nuova anche grazie all’uso dei social?

Il dubbio mi viene dai feedback delle persone che incontro. Feedback non costituito da commenti, like o retweet ma semplicemente dai commenti a voce, quando ci si incontra per altre cose e ci scappa il commento sulla mia produzione social, che fa parte del nostro tempo.

Così amici e conoscenti mi hanno “riso in faccia” citando tweet e post delle mie disavventure ferroviarie. Oppure mi hanno fatto i complimenti quando segnalo link o notizie sulla vita della città o sulla politica, su Twitter o Facebook.

E allora mi chiedo qual è la mia identità che viene rappresentata in Rete.

Perché di rappresentazione si tratta, e forse molti se lo dimenticano, quando chattano, postano, twittano, scrivono un blog.

E – metti caso che i social vengano usati per il recruiting dalle aziende – si vede che sono un giornalista? Forse perché trattengo sull’attualità, magari con qualche considerazione personale? Perché vario a 360° un po’ su tutto quel che mi circonda? Forse.

Non è banale farsi domande del genere, anche per chi è un “semplice utente”.

E’ tutto un grande gioco

Ho sempre avuto un approccio “ludico” alle novità, siano esse tecnologiche che internettiane, o legate all’evoluzione della mia professione. Forse questo non ha favorito la mia capacità di analisi e approfondimento (ma ci sono sempre altri che lo fanno al posto mio), e mi ha a volte costretto a un “dentro e fuori” da esperienze poi risultate vincenti, ad esempio Twitter o Facebook.
Quindi mi interessa molto tutto quel che si agita tra i “malati” di social e smart, magari con un occhio critico. Non però scettico.
Ecco, io credo – e questo è il senso di questo post – che l’atteggiamento giusto per la novità debba essere quello del gioco, del coinvolgimento “non malato”. Forse non contribuirà alla riflessione, ma non creerà dipendenze patologiche e forse una capacità di distacco e analisi maggiore, senza scetticismi preconcetti.
Detto questo, buon divertimento alla Social Media Week.